"Partecipare al Community Mental Health Group è sempre un invito a scoprire e riscoprire me stessa. Sabato 12 aprile ho partecipato a un gruppo presso l'ECEU. In apertura dell'incontro abbiamo visto un video di Adélia Prado, in cui ci parlava dello stupore di esistere e di percepirsi come esistenti. Stavo pensando alla mia esistenza, a come mi sono costituita come persona e ho costruito la mia esistenza, perché il gruppo comunitario ha risvegliato in me un forte sentimento di voracità per la vita: non mi basta vivere, voglio esistere!

Poi sono arrivati alcuni contributi molto ricchi da parte dei partecipanti. Uno in particolare che mi ha colpito molto è stata una poesia, portata da un partecipante, di Antônio Cícero, in cui ci parla dell'importanza di saper conservare le cose, non nel senso di rinchiuderle o nasconderle, ma di guardarle e riguardarle, di tenerle vive nella nostra pelle, nella nostra anima. Credo che la nostra esistenza sia costruita proprio su questo: su ciò che conserviamo, su ciò che teniamo vivo nella nostra carne e nel nostro spirito.

Dopo la riunione sono tornata a casa, pensando a tutto quello che avevo sentito quel giorno, perché il lavoro del Gruppo Comunità non si esaurisce nel gruppo, ma si costruisce quotidianamente in ogni esperienza, in ogni gesto, in ogni parola e pensiero della nostra esistenza. Ed è proprio pensando a tutto questo che mi sono trovata a sentire uno strano dolore, un dolore pulsante che non riuscivo e non volevo far tacere. Mi sono allora rivolto al grande Rubem Alves e, in uno dei suoi libri, "O amor que acende a lua", ho scoperto un nome per il dolore che provavo: "dor-de-ideia". Rubem Alves ci insegna che i "dolori delle idee" sono diversi dai "dolori delle cose", che possono essere eliminati attraverso le cose fisiche. I dolori delle idee, invece, possono essere risolti solo con altre idee.

Poiché il Gruppo di Comunità è uno spazio estremamente fertile per le idee, ho deciso di portare la mia "idea di dolore" al prossimo incontro del gruppo all'Ospedale, il 15 aprile. Quando sono arrivata lì, mi sono imbattuta in un'infinità di altre idee, dolori, storie ed "esistenze". Un partecipante in particolare ha attirato la mia attenzione. Si tratta di un uomo che scrive poesie senza carta né matita, tenendole solo nella sua testa. Mentre recitava una delle sue poesie, mi è sembrato che i versi riflettessero le sue "idee-dolore" e tutto ciò che aveva imparato da esse, e mi sono chiesta quanto sia bella questa capacità di trasformare i nostri dolori in arte. Quel giorno ho scoperto anche altri tipi di dolore, condivisi dai partecipanti: il dolore della nostalgia di una persona lontana, il dolore della tristezza per la sofferenza di una persona cara. Credo che tutti questi siano "dolori dell'esistenza", parte della nostra condizione umana, e che sia importante imparare a guardare anche al potenziale dei nostri dolori, a ciò che ci aiutano a vedere. Dopo tutto, senza il dolore della nostalgia saremmo ciechi di fronte alla gioia della presenza, senza il dolore della tristezza saremmo incoerenti di fronte alle nostre perdite. E senza i "dolori delle idee" saremmo indifferenti alla nostra esistenza e a tutte le possibilità che essa porta con sé.

Tuttavia, in questo incontro il gruppo mi ha anche insegnato che per ascoltare meglio il nostro dolore, non dobbiamo solo ascoltare, ma anche stare in silenzio, perché solo nel silenzio siamo in grado di ascoltare gli altri e noi stessi. Come ha detto il dottor Sérgio, il gruppo comunitario è anche uno spazio per il silenzio e credo che sia in questo spazio tra il parlare agli altri e a noi stessi e il silenzio che ci costruiamo e ci formiamo come persone".

Bruna

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